Note 13 . Immanuel Kant: la critica della ragione.

(1).  I.  Kant,  Prolegomeni  ad ogni  futura  metafisica.  Come  
possibile la metafisica come scienza?, Laterza, Bari, 1982,  pagina
135.  La  traduzione italiana di P. Carabellese  del 1925; abbiamo
talvolta  modificato  la  forma per  renderla  pi  accessibile  al
lettore di oggi.

(2). Ivi, pagine 135-136.

(3). Ivi, pagina 136.

(4). Vedi capitoloDodici, 1, pagina 279.

(5).  Gli studi universitari di Kant, iniziati nel 1740 nella citt
natale   di   Knigsberg,  furono  originariamente  di   fisica   e
matematica,   anche   se  egli  frequent   corsi   di   filosofia,
propedeutici  allo  studio della teologia. Nel  1755  pubblic  una
Storia generale della natura e teoria del cielo nella quale formul
l'ipotesi   dell'origine  del  sistema  solare  da   una   nebulosa
originaria  mossa  da  un  moto  vorticoso.  L'ipotesi  fu  ripresa
quarant'anni pi tardi dall'astronomo e matematico francese Pierre-
Simon de Laplace (1749-1827), ed  ancora nota come "teoria di Kant-
Laplace".

(6).  "Si  faccia, dunque, finalmente la prova di vedere se  saremo
pi  fortunati nei problemi della metafisica, facendo l'ipotesi che
gli  oggetti debbano regolarsi sulla nostra conoscenza: ci che  si
accorda  meglio  con la desiderata possibilit d'una  conoscenza  a
priori,  che stabilisca qualcosa relativamente agli oggetti,  prima
che  essi  ci siano dati. Qui  proprio come per la prima  idea  di
Copernico;  il quale, vedendo che non poteva spiegare  i  movimenti
celesti  ammettendo  che  tutto  l'esercito  degli  astri  ruotasse
intorno  allo  spettatore,  cerc se  non  potesse  riuscir  meglio
facendo  girare  l'osservatore, e lasciando invece  in  riposo  gli
astri" (I. Kant, Critica della ragion pura, Prefazione alla seconda
edizione, Laterza, Bari, 1975, volume primo, pagina 20).

(7).  Kant  adopera la parola greca phainmenon e,  con  lo  stesso
significato,    quella    tedesca    Erscheinung    ("apparizione",
"parvenza").

(8). "Giudizi analitici (affermativi) sono dunque quelli, nei quali
la  connessione  del  predicato con il soggetto  vien  pensata  per
identit; quelli, invece, nei quali questa connessione vien pensata
senza  identit, si devono chiamare sintetici. I primi si  potrebbe
anche  chiamarli  giudizi esplicativi, gli altri estensivi;  poich
quelli  per  mezzo del predicato nulla aggiungono al  concetto  del
soggetto,  ma  solo  dividono con l'analisi il  concetto  nei  suoi
concetti   parziali,  che  erano  in  esso  gi  pensati   (sebbene
confusamente);  mentre  al contrario questi  ultimi  aggiungono  al
concetto del soggetto un predicato che in quello non era per niente
pensato,  e  non  era  deducibile con nessuna  analisi"  (I.  Kant,
Critica  della  ragion pura, Introduzione, sezione quarto,  citato,
volume primo, pagina 47).

(9). Confronta ivi, Introduzione, sezione quinta, pagine 50-52.

(10). Ivi, Introduzione, sezione settimo, pagina 57.

(11).  Kritik  der  reinen  Vernunft  (1781),  alla  quale  faranno
seguito,  nel  1788,  la Critica della ragion pratica  (Kritik  der
praktischen Vernunft) e, nel 1790, la Critica del Giudizio  (Kritik
der Urtheilskraft).

(12).  "In  una introduzione o avvertenza preliminare par  che  sia
necessario  soltanto  notare che si danno  due  tronchi  dell'umana
conoscenza, che rampollano probabilmente da una radice comune ma  a
noi  sconosciuta: cio, senso e intelletto; con il primo dei  quali
ci  son  dati gli oggetti, con il secondo essi sono pensati"  (ivi,
Introduzione, sezione settimo, pagina 61).

(13).  "E  proprio in queste ultime conoscenze, che trascendono  il
mondo sensibile, e per le quali l'esperienza non pu dare in nessun
modo  n  una  guida n un controllo, consistono le  investigazioni
della  nostra ragione che noi riteniamo di importanza di gran lunga
pi  alta, e la loro meta molto pi sublime di tutto ci che  possa
apprendere  l'intelletto nel campo dei fenomeni; tanto che  noi,  a
costo  di  cadere in errore, tutto tentiamo anzi che  rinunziare  a
cos  interessanti ricerche per una ragione qualunque di dubbio,  o
per  dispregio  e indifferenza. Questi inevitabili  problemi  della
ragion   pura   sono   Dio,  la  libert  e  l'immortalit"   (ivi,
Introduzione, sezione terzo, pagina 44).

(14).  "Chiamo  estetica  trascendentale una  scienza  di  tutti  i
princpi a priori della sensibilit" (ivi, sezione settimo,  pagine
66-67).  "Estetica",  dal greco asthesis, "percezione  mediante  i
sensi",   indica   qui  unicamente  lo  studio  delle   sensazioni,
escludendo  ogni riferimento all'estetica intesa come discorso  sul
bello.  Kant  utilizzer lo stesso termine anche in questo  secondo
significato, quando - come vedremo - affronter proprio il problema
del   bello  nella  Critica  del  Giudizio.  Sull'uso  del  termine
"estetica",  Kant in una nota chiarisce quanto segue:  "I  Tedeschi
sono  i  soli che si servono al presente della parola estetica  per
ci  che gli altri chiamano critica del gusto. La ragione sta nella
fallita  speranza  dell'eccellente analista  Baumgarten,  il  quale
credette  di  ridurre a princpi razionali il giudizio critico  del
bello, e di elevarne le regole a scienza. Ma codesto sforzo  vano.
Imperocch le dette regole e i criteri del gusto non sono,  per  le
loro principali fonti, empirici, e perci non possono mai servire a
determinare  leggi  a priori, sulle quali dovrebbe  appoggiarsi  il
nostro  giudizio  del bello: piuttosto questo forma  la  pietra  di
paragone  della  validit  di  quelli.  E'  perci  ragionevole   o
abbandonare  di nuovo questa denominazione, e mantenerla  a  quella
dottrina che  vera scienza (con che ci si avvicinerebbe anche alla
lingua e al significato degli antichi presso i quali famosa  fu  la
divisione  della  conoscenza in aisthet ka  noet  ["sensibile  e
razionale"]),  oppure  assegnare la  parola  sia  alla  filososofia
speculativa   sia   all'estetica,   prendendola   ora   in    senso
trascendentale,  ora  in  senso psicologico"  (ibidem).  La  parola
estetica,  come  nome della "scienza del bello", fu  usata  per  la
prima  volta nel 1735 nelle Meditationes philosophicae de nonnullis
ad  poema  pertinentibus di Alexander Gottfried  Baumgarten  (1714-
1762),  autore  anche di una Metaphisica (1739) e, soprattutto,  di
una  Aesthetica  (1758),  nella  quale  rivendica  l'autonomia  del
sentimento del bello rispetto alla conoscenza. L'auspicio  di  Kant
si    dimostrato illusorio: il termine estetica  entrato nell'uso
comune  con il significato attribuitogli da Baumgarten, mentre  nel
senso  etimologico  rimasto quasi esclusivamente  all'interno  del
sistema kantiano.

(15).  "Senza sensibilit nessun oggetto ci sarebbe dato,  e  senza
intelletto nessun oggetto pensato. I pensieri senza contenuto  sono
vuoti,  le intuizioni senza concetti sono cieche" (I. Kant, Critica
della  ragion  pura,  Logica trascendentale,  Introduzione,  primo,
citato, pagina 94).

(16).  I. Kant, Critica della ragion pura, Estetica trascendentale,
paragrafo 1, citato, volume primo, pagina 65.

(17). Confronta ibidem.

(18). Confronta ivi, pagina 66.

(19).  Il termine "rappresentazione" rende bene l'idea del processo
ipotizzato  da Kant: il fenomeno "si presenta" al soggetto  che  lo
"intuisce"  (lo  percepisce  immediatamente)  attraverso  i  sensi,
quindi  l'intelletto  ne elabora il concetto, fornendone  cos  una
"rappresentazione", cio una "ripresentazione".

(20). Vedi capitolo Quattro, 3, pagina 114.

(21). Vedi volume primo, capitolo Undici, 4, pagine 224-230.

(22).  Confronta primo. Kant, Critica della ragion pura,  Analitica
trascendentale, primo, primo, citato, sezione prima, pagina 104.

(23). Ivi, pagina 105.

(24). Confronta ivi, primo, primo, sezione secondo, pagina 107.

(25). Ivi, sezione terzo, pagina 112.

(26). Confronta ivi, pagina 114.

(27). Vedi volume primo, capitolo Sei, 3, pagina 119.

(28).  Confronta  I.  Kant, Critica della  ragion  pura,  Analitica
trascendentale, primo, primo, sezione terzo, citato, pagina 115.

(29). Vedi capitolo Undici, 2, pagine 264-269.

(30).  Confronta  I.  Kant, Prolegomeni ad ogni futura  metafisica,
parte prima, paragrafo 29, citato, pagine 72-73.

(31).  Confronta  I.  Kant, Critica della  ragion  pura,  Analitica
trascendentale, primo, secondo, sezione prima, citato, pagina 126.

(32).  I. Kant, Prolegomeni ad ogni futura metafisica, parte prima,
paragrafo 30, citato, pagina 73.

(33).  "La  deduzione trascendentale di tutti i concetti  a  priori
[categorie]   ha  dunque  un  principio,  al  quale   deve   essere
indirizzata tutta la ricerca, cio questo: che essi debbono  essere
riconosciuti   come   condizioni   a   priori   della   possibilit
dell'esperienza (sia dell'intuizione [percezione sensibile], che si
trova  in essa, sia del pensiero). Concetti che diano il fondamento
oggettivo  alla  possibilit dell'esperienza, sono  appunto  perci
necessari. Ma lo svolgimento dell'esperienza, nella quale  essi  si
incontrano,  non    la  loro deduzione (ma illustrazione),  poich
altrimenti sarebbero di natura contingente. Senza questa originaria
relazione  con  l'esperienza possibile, in cui si hanno  tutti  gli
oggetti  della  conoscenza,  la loro  relazione  con  un  qualsiasi
oggetto  non  potrebbe mai esser compresa" (I. Kant, Critica  della
ragion  pura,  Analitica  trascendentale, primo,  secondo,  sezione
prima, citato, pagina 128).

(34). Ivi, sezione secondo, pagina 142.

(35). Ivi, pagina 132.

(36). Vedi capitolo Dieci, 2, pagina 234.

(37).  Confronta  I.  Kant,  Critica della  ragion  pura,  Estetica
trascendentale, sezione secondo, citato, pagina 89.

(38).  Confronta  ivi,  Analitica trascendentale,  secondo,  primo,
pagina 163.

(39). Ibidem.

(40). Ibidem.

(41). Ibidem.

(42). Ivi, pagina 164.

(43). Confronta ivi, pagina 165.

(44). Confronta ibidem.

(45). Ivi, pagina 168.

(46). Ivi, pagina 166. Per chi volesse cimentarsi direttamente  con
l'esposizione kantiana, il problema  affrontato nelle poche pagine
(otto)  che  costituiscono  il primo  capitolo  del  secondo  libro
dell'Analitica  trascendentale. Per chi invece   disposto  per  un
momento  a  rinunciare al rigore scientifico (ma la  cosa  -  grave
sempre  -    particolarmente  grave  parlando  di  Kant)  potremmo
immaginare   lo  schema  trascendentale  come  la  parete   di   un
termosifone,  che  permette all'acqua  calda  che  circola  al  suo
interno  di  agire  sull'aria  di  una  stanza,  mantenendo  i  due
elementi, eterogenei, rigorosamente distinti e separati tra loro.

(47). Confronta ivi, primo, secondo, sezione secondo, pagina 153.

(48). Ivi, pagine 153-154.

(49). Confronta ibidem.

(50).  I.  Kant,  Prolegomeni  ad  ogni  futura  metafisica,  parte
secondo, paragrafo 41, citato, pagina 92. Confronta anche I.  Kant,
Critica  della  ragion  pura, Dialettica  trascendentale,  secondo,
primo, sezione prima-terzo, citato, tomo secondo, pagine 297-315.

(51).  I.  Kant,  Prolegomeni  ad  ogni  futura  metafisica,  parte
secondo, paragrafo 41, citato, pagina 92.

(52).  I. Kant, Prolegomeni ad ogni futura metafisica, parte terzo,
paragrafo 48, citato, pagina 100.

(53). Ivi, paragrafo 50, pagina 103.

(54).  La  formulazione delle quattro tesi e antitesi  che  abbiamo
riportato    quella dei Prolegomeni, paragrafo 51, citato,  pagine
104-105.  La  formulazione che si trova nella Critica della  ragion
pura (Dialettica trascendentale, secondo, secondo, sezione secondo,
citato,  pagine 354-381)  un po' pi articolata, ma soprattutto  
accompagnata   da   dimostrazioni  e  note;  Kant   procede   anche
visivamente in parallelo: sulla pagina di sinistra riporta la tesi,
seguita  dalla  dimostrazione e dalle note;  sulla  pagina  destra,
invece, troviamo l'antitesi, con relative dimostrazione e note.

(55).  I. Kant, Prolegomeni ad ogni futura metafisica, parte terzo,
paragrafo 55, citato, pagina 115.

(56). Ibidem.

(57).    I.   Kant,   Critica   della   ragion   pura,   Dialettica
trascendentale,  secondo,  terzo,  sezione  settimo,  citato,  tomo
secondo, pagina 498.

(58). Vedi capitolo Undici, 1, pagina 253.

(59).  Confronta  I.  Kant, Critica della ragion  pura,  Dialettica
trascendentale,  secondo,  terzo,  sezione  settimo,  citato,  tomo
secondo, pagina 494.

(60). Confronta ivi, pagina 497.

(61).  I.  Kant, Critica della ragion pura, Dottrina trascendentale
del metodo, terzo, citato, tomo secondo, pagina 633.

(62). "Ora, la legislazione della ragione umana (filosofia) ha  due
oggetti,  la  natura e la libert, e abbraccia,  quindi,  tanto  la
legge  naturale,  quanto anche la legge morale,  da  prima  in  due
separati, ma da ultimo in un unico sistema filosofico. La filosofia
della  natura  si  rivolge a tutto ci che ; quella  dei  costumi,
soltanto a ci che dev'essere" (ivi, pagina 635).

(63). "Un medesimo uomo pu restituire, senz'averlo letto, un libro
per  lui istruttivo, che gli viene tra le mani solo una volta,  per
non  lasciare la caccia; pu andarsene durante un bel discorso  per
non  giunger  troppo  tardi  a pranzo; lasciare  una  conversazione
sensata,  che  del  resto egli apprezza molto,  per  mettersi  alla
tavola  da gioco; perfino respingere un povero, che del resto  egli
ha  piacere  di beneficare, perch non ha denaro in  tasca  pi  di
quello  che  gli abbisogna per pagar l'ingresso alla commedia"  (I.
Kant,  Critica  della  ragion pratica, primo, primo,  paragrafo  3,
Laterza, Bari, 1974, pagine 28-29).

(64). Ivi, pagina 29.

(65).  "Questa  tendenza  a  far di se  stesso,  secondo  i  motivi
determinanti  soggettivi  del proprio libero  arbitrio,  il  motivo
determinante  oggettivo della volont in generale, si pu  chiamare
amor  proprio,  il quale, se si fa legislativo e principio  pratico
incondizionato,  si pu chiamare presunzione" (ivi,  primo,  terzo,
pagina 92).

(66).  Dal  greco  teros ("altro", "diverso")  e  nmos  ("norma",
"legge"),  cio normativa che viene dall'esterno; mentre  autonomia
(da  auts, "stesso", "medesimo")  legislazione proveniente  tutta
dal soggetto, senza alcuna influenza esterna.

(67).  Confronta  ivi,  primo,  primo,  paragrafo  8,  pagina   42;
confronta  anche I. Kant, Fondazione della metafisica dei  costumi,
secondo,  Laterza,  Bari,  1975, pagine  76-77.  Kant  dedica  alla
riflessione  sulla  morale la gi ricordata  Critica  della  ragion
pratica (Kritik der praktischen Vernunft), pubblicata nel 1788,  ma
aveva   gi  affrontato  il  problema  in  maniera  organica  nella
Fondazione   della   metafisica  dei   costumi   (Grundlegung   zur
Methaphysik  der Sitten), del 1785; ritorn poi sull'argomento  nel
1796-1797, con la Metafisica dei costumi (Methaphysik der Sitten).

(68).  I.  Kant, Fondazione della metafisica dei costumi,  secondo,
citato, pagina 77.

(69). Ibidem.

(70). Ibidem.

(71).   Per  classificare  un  imperativo  come  ipotetico  non   
necessario  che la "condizione" sia formulata esplicitamente:  essa
pu essere anche sottintesa.

(72).  Confronta I. Kant, Fondazione della metafisica dei  costumi,
secondo, citato, pagina 78.

(73). Ivi, pagina 61.

(74). Ivi, pagina 49. Confronta anche ivi, pagina 50: "Agisci  come
se  la  massima della tua azione dovesse essere elevata  dalla  tua
volont a legge universale della natura"; oppure: "Agisci in base a
massime   che  possano  nello  stesso  tempo  valere   come   leggi
universali" (ivi, pagina 71).

(75). Ivi, pagina 72.

(76).  "Il  conseguimento  di qualunque scopo    accompagnato  dal
sentimento   di   piacere"   (I.  Kant,   Critica   del   Giudizio,
Introduzione,  paragrafo 6, Laterza, Bari, 1974 3, pagina  27).  La
Critica  del Giudizio  la terza grande opera di Kant; di  essa  ci
occuperemo tra breve.

(77).  Confronta  I.  Kant, Critica della  ragion  pratica,  primo,
primo,  paragrafo 7, citato, pagina 41. Confronta anche ivi, primo,
terzo,  pagine  101-102: "E' cosa molto bella fare  del  bene  agli
uomini per amore verso di essi e per affettuosa benevolenza, oppure
esser giusti per amore dell'ordine; ma questa non  ancora la  vera
massima  morale del nostro modo di procedere, conforme alla  nostra
condizione,  tra esseri razionali, come uomini, quando pretendiamo,
come soldati volontari, con superbia chimerica, di non curarci  del
pensiero  del  dovere e, come indipendenti dal comando,  di  volere
fare  soltanto  per proprio piacere quello per cui non  ci  sarebbe
necessario  alcun  comando. Noi stiamo sotto una  disciplina  della
ragione, e in tutte le nostre massime dell'assoggettamento ad  essa
non  dobbiamo  dimenticare  di  non  toglierle  niente,  e  di  non
diminuire   con   un  errore  egoistico  l'autorit   della   legge
(quantunque  l'autorit gliela dia la nostra ragione),  ponendo  il
motivo  determinante  della  nostra  volont,  bench  conforme  al
dovere, in qualche cosa di altro dalla legge stessa, e dal rispetto
per  questa  legge.  Dovere  e obbligo sono  le  denominazioni  che
dobbiamo dare soltanto alla nostra relazione con la legge morale".

(78). Confronta ivi, primo, secondo, paragrafo 1, pagine 138-139.

(79). Ivi, primo, terzo, pagine 106-107.

(80).  I.  Kant,  Fondazione della metafisica dei  costumi,  terzo,
citato, pagina 97.

(81). Confronta ivi, pagina 87.

(82).  Confronta  ivi,  pagine 85-106;  confronta  anche  I.  Kant,
Critica  della  ragion  pratica,  secondo,  secondo,  paragrafo  3,
citato, pagine 145-148.

(83). Ivi, paragrafo 4, pagine 148-149.

(84). Confronta ivi, paragrafo 5, pagine 153-154.

(85). Ivi, pagina 152.

(86). Ivi, paragrafo 6, pagina 160.

(87). Ivi, Conclusione, pagine 197-198.

(88).  Confronta  I.  Kant,  Critica  del  Giudizio,  Introduzione,
paragrafi primo-terzo, citato, pagine 9-18.

(89). Confronta ivi, paragrafo quarto, pagine 18-20.

(90). Kant insiste da pi parti su questo principio; confronta,  ad
esempio:  "la bellezza, difatti, non  un concetto dell'oggetto,  e
il  giudizio di gusto non  giudizio di conoscenza. Il giudizio  di
gusto  afferma  soltanto  che noi siamo autorizzati  a  presupporre
universalmente in ogni uomo quelle stesse condizioni soggettive del
Giudizio,  che  troviamo in noi" (ivi, parte prima, sezione  prima,
Libro secondo, paragrafo 38, pagina 147).

(91).  Confronta ivi, parte prima, sezione secondo,  paragrafo  59,
pagina 218.

(92).  Ivi, parte prima, sezione prima, Libro secondo, Osservazione
generale, pagina 119.

(93). Confronta ivi, pagine 119-120.

(94).  Confronta  ivi,  parte prima, sezione  prima,  Libro  primo,
paragrafo 7, pagina 54.

(95). Ibidem.

(96).  Confronta  ivi, parte prima, sezione prima,  Libro  secondo,
paragrafo 23-24, pagine 91-95.

(97). Ivi, paragrafo 25, pagina 98.

(98). Confronta ivi, pagine 98-99.

(99).  Ivi,  pagina 99. Kant scrive: "Esempi di sublime  matematico
della  natura nella semplice intuizione ci sono forniti da tutti  i
casi, in cui (per abbreviare le serie numeriche)  data come misura
all'immaginazione  non tanto un maggior concetto  numerico,  quanto
una  grande  unit.  Un  albero, che  valutiamo  secondo  l'altezza
dell'uomo, costituisce la misura per una montagna; e questa, se  la
sua  altezza  presso a poco un miglio, pu servire come unit  per
il  numero  che  esprime  il  diametro  terrestre,  per  rendercelo
intuibile;  il  diametro  terrestre  pu  servire  per  il  sistema
planetario  da  noi conosciuto, e questo per il sistema  della  Via
lattea;   e  nessun  limite  c'  da  aspettarsi  dall'innumerevole
quantit di tali sistemi di Vie lattee, chiamate nebulose, le quali
costituiscono  in  se  stesse nuovi sistemi"  (ivi,  paragrafo  26,
pagina 106).

(100). Ivi, paragrafo 28, pagina 112.

(101). Ivi, parte secondo, sezione prima, paragrafo 67, pagina 248.

(102). L'esempio  di Kant, ivi, paragrafo 63, pagine 234-235.

(103). Confronta ibidem.

(104). Confronta ivi, paragrafo 61, pagine 225-227.

(105). "Noi riceviamo da esso [giudizio teleologico] solo una guida
per   considerare  le  cose  della  natura,  relativamente  ad   un
fondamento di determinazione gi dato [cio a partire dai  fenomeni
determinati dall'intelletto], secondo un nuovo ordine di  leggi,  e
per  estendere la scienza della natura secondo un altro  principio,
cio  quello delle cause finali, senza pregiudizio, per  altro,  di
quello  del  meccanismo della sua causalit"  (ivi,  paragrafo  67,
pagina 248).

(106). Ivi, pagina 250.

(107). Ivi, pagina 248.

(108). Confronta ivi, pagina 249.

(109). Ivi, paragrafo 68, pagina 253.

(110). Confronta ibidem.

(111). Ibidem.

(112). Ivi, pagine 251-252.

(113).  I.  Kant,  Risposta alla domanda: che cos'  l'illuminismo?
(Beantwortung der Frage: Was ist Aufklrung?), in I. Kant,  Scritti
di  filosofia politica, La Nuova Italia, Firenze, 1985, pagina  26.
Sulla complessa vicenda della pubblicazione di La religione entro i
limiti  della sola ragione si veda l'Introduzione di M. M. Olivetti
all'edizione  italiana della stessa (Laterza,  Bari,  1985,  pagine
quinta-quindicesimo).

(114).  I.  Kant, La religione entro i limiti della  sola  ragione,
Prefazione alla seconda edizione, citato, pagina 13.

(115). Ibidem.

(116). Ivi, pagine 13-14.

(117). Ivi, pagina 14.

(118).  Ivi,  primo, pagina 17. Kant aggiunge a  questo  punto  una
ulteriore  riflessione, prendendo spunto dall'induismo:  in  alcune
regioni  della  penisola  indiana  -  egli  dice  -  il  giudice  e
distruttore del mondo, Shiva,  adorato come il Dio pi forte, dopo
che  la  divinit  preposta alla conservazione del  mondo,  Vishn,
"stanco, ha rinunciato gi da secoli al suo incarico, che gli aveva
dato Brahma, il creatore del mondo".

(119). Ivi, pagina 18.

(120). Confronta ivi, primo, paragrafo 2, pagina 28.

(121). Confronta ivi, primo, paragrafo 3, pagina 32.

(122). Confronta ivi, pagine 32-40.

(123). Ivi, terzo, paragrafo 5, pagina 112.

(124).  "Ora,  comunque  possa essere  l'origine  del  male  morale
nell'uomo,    certo che fra tutte le maniere di  rappresentare  la
diffusione del male e la sua propagazione in mezzo a tutti i membri
della nostra razza e a tutte le generazioni, la pi sconveniente  
quella  di  rappresentarci il male come una cosa che ci  viene  per
eredit dai nostri primi parenti" (ivi, primo, paragrafo 4,  pagine
41-42).

(125). Ivi, pagina 46.

(126). Ivi, quarto, parte prima, sezione prima, pagina 170. Come si
vede, questa affermazione di Kant  una vera e propria parafrasi di
quanto  affermava G. E. Lessing in L'educazione del  genere  umano;
confronta capitolo Dodici, 8, pagine 329-331.

(127). Ivi, quarto, pagina 167.

(128). Ivi, quarto, parte secondo, pagina 185.

(129). Confronta ivi, paragrafo 1, pagina 187.

(130). Ivi, paragrafo 3, pagina 195. I Tungusi sono un popolo della
Siberia;  i  Voguli sono un popolo di razza finnica abitante  sugli
Urali;  gli  "Indipendenti" sono una setta cristiana  fondata  agli
inizi del diciassettesimo secolo.

(131).  Il titolo suonerebbe letteralmente "Per la pace eterna.  Un
progetto  filosofico". E alla "pace eterna",  quella  della  morte,
allude  lo stesso Kant nelle prime righe del suo saggio:  ""Per  la
pace  perpetua  [eterna]".  Se  questa  iscrizione  satirica  posta
sull'insegna  di  un  oste olandese, nella  quale  era  dipinto  un
cimitero, valga per gli uomini in generale o in particolare  per  i
sovrani  mai  sazi di guerra, oppure valga solo per i filosofi  che
vagheggiano quel dolce sogno, pu lasciarsi indeciso" (I. Kant, Per
la  pace  perpetua, Editori Riuniti, Roma, 1992,  pagina  3).  Kant
allude sicuramente a un episodio riferito da d'Alembert, secondo il
quale un mercante olandese (e non un oste), per mostrare quanto sia
inutile sperare nella pace, avrebbe fatto dipingere un'insegna  con
sopra  rappresentato  un  cimitero e  con  la  scritta  "Alla  pace
eterna",  a significare che quella della morte  l'unica  pace  cui
l'uomo  pu aspirare. Contro chi  diretta quella satira? Essa  pu
rivolgersi  a  tutti gli uomini, ma anche soltanto ai  sovrani  mai
sazi  di  guerra  o  ai  filosofi  sognatori.  Kant  lascia  aperto
l'interrogativo,  ma vedremo che per lui solo i  sovrani  dispotici
possono  pensare che l'unica pace eterna possibile sia  quella  dei
cimiteri  che si ingrandiscono dopo ogni battaglia: per il filosofo
e  per  tutti gli uomini che facciano uso della ragione sono aperte
altre vie.

(132). Ivi, Sezione seconda, pagina 12.

(133). Ibidem.

(134). Ibidem.

(135).  Ivi,  pagine  13-14.  "La guerra  che  verr  /  non    la
prima.Prima / ci sono state altre guerre./ Alla fine dell'ultima  /
c'erano vincitori e vinti./ Fra i vinti la povera gente / faceva la
fame.  Fra i vincitori / faceva la fame la povera gente ugualmente"
(B.  Brecht,  Breviario tedesco, in B. Brecht,  Poesie  e  canzoni,
traduzione di F. Fortini, Einaudi, Torino, 1984 12, pagina 117).

(136). "Tracciare al pensiero un limite, o piuttosto non al
pensiero, ma all'espressione dei pensieri: Ch, per tracciare al
pensiero un limite, dovremmo poter pensare ambo i lati di questo
limite (dovremmo dunque poter pensare quel che pensare non si pu)"
(L. Wittgenstein, Tractatus logicus philosophicus, Prefazione,
Einaudi, Torino, 1979 2, pagina 3).
